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Associazione Stampa Parlamentare
Venerdì 16 Giugno 2017

I 90 ANNI DI GUIDO QUARANTA, CRONISTA CHE HA RIVELATO I SEGRETI DEI POLITICI.

 

 

 

 

          Domenica prossima, 18 giugno, Guido Quaranta compie 90 anni. L'Associazione stampa parlamentare saluta e rivolge gli auguri più affettuosi a un collega che ci insegna come essere cronisti e giornalisti, regalandogli questo profilo scritto da Marco Damilano, vicedirettore de 'L'Espresso'.

 

 

 

          Sono andato a casa sua una settimana fa per intervistarlo per “L'Espresso” in edicola domenica 18 giugno, il giorno del suo novantesimo compleanno. Sul tavolo aveva già disposto gli appunti, scritti a pennarello rosso su fogli a quadretti, con i ricordi su Andreotti, Fanfani, Craxi, Pertini, Leone. Prima di cominciare mi ha posto una condizione: «E va bene, parliamo quanto vuoi, ma non mi chiedere analisi politiche. Non ne ho mai fatta una in vita mia. Non mi sono mai sentito un grande giornalista, ho sempre fatto il cronista...». Ho finto di assecondarlo, conoscendo la sua riservatezza, ma avrei voluto rispondergli. E lo faccio ora.

 

          Guido Quaranta è stato resocontista parlamentare, con “Paese Sera”, dal 1959, per dieci anni. Poi informatore del Palazzo, con “Panorama” e con “L'Espresso”, così si definisce lui (le sue vittime l'hanno chiamato in altri modi: spione, supposta...). E anche organizzatore di eventi: ha convinto segretari di partito e ministri a cantare davanti alle telecamere di “Cipria”, con Enzo Tortora. Ministro: ha scritto i pezzi firmati Minister sulla base delle notizie che gli dava un amico ministro. Candidato al Quirinale: il 25 maggio 1992 il suo nome risuonò per due volte nell'aula di Montecitorio, letto sulla scheda da Stefano Rodotà che presiedeva al posto di Oscar Luigi Scalfaro in procinto di essere eletto, e fu un raro momento di ilarità in quelle giornale drammatiche (due giorni prima c'era stata la strage di Capaci).

 

          Ma più di tutto Quaranta è stato il primo a illuminare il dietro le quinte della politica, a strappare la velina dell'informazione ufficiale. Il primo a inventare il retroscena che allora manteneva fede alla sua funzione, era la pubblicazione di quello che doveva restare nascosto, che non si voleva far sapere e che faceva tanto arrabbiare i politici. Da tempo è diventato l'opposto, lo scambio in codice di messaggi che il leader di turno vuole recapitare a amici e avversari a mezzo stampa, incomprensibili per il lettore. Il retroscena di Quaranta era invece allo stato genuino la rivelazione di qualcosa che doveva restare segreto. Un fine che giustificava i mezzi: i travestimenti, gli appostamenti, i pedinamenti, i nascondimenti. Una volta Aldo Moro riunì la sua corrente nell'istituto femminile Maria Rimoldi in via Teulada e prima di cominciare a parlare chiese di accertarsi che Quaranta non fosse nascosto in sala. Ma Quaranta c'era, naturalmente.

 

           Guido è stato anche il primo a raccontare il fattore umano dei politici oscurato dalle grandi strategie: abitudini, passatempi, pietanze preferite, manie, odi e amori. Vittorio Gorresio aveva ritratto i leader, Quaranta ha preferito dare voce ai militi ignoti del Transatlantico, i deputati comuni, i peones immancabilmente calpestati dalla volontà delle segreterie che li sovrastano, eppure pronti a colpire per certificare la loro esistenza. Una galleria composta da Guido in “Tutti gli uomini del Parlamento”, un libro di quarant'anni fa, e in tutti i suoi articoli. Altro che casta, è la rappresentazione di un'umanità dolente, febbrile, rassegnata, frustrata nelle sue ambizioni troppo smisurate per essere soddisfatte (come il dc Adolfo Sarti, di cui Quaranta raccolse lo sfogo al Quirinale dopo la nomina a ministro del Turismo: «Lascia perdere le congratulazioni: non vedi che mi hanno dato un ministero di merda?»).

 

            I parlamentari da lui fotografati sono piccoli uomini piombati nelle stanze e nei corridoi in cui si tessono e si disfano i destini della nazione, o almeno così si crede. Cercano di partecipare alla Comédie humaine della politica da protagonisti, ma restano quasi sempre comprimari. E più provano a elevarsi più restano inchiodati al ruolo di macchiette, con battute, esibizioni, indiscrezioni, prima di finire accasciati su un divanetto in Transatlantico. Come i politici da lui convinti che accettarono di cantare in tv per “Cipria”. Era il 1983, la politica-spettacolo era allo stato nascente, c'era l'innocenza dei pionieri. Poi abbiamo visto di tutto: leader che cucinano, che giocano a ping pong, che si versano secchiate di acqua gelida in testa, con la pretesa, per di più, di essere considerati grandi comunicatori. Circondati dai professionisti, gli spin doctor che «si piccano», scriverebbe Quaranta, di essere esperti e geni del settore. Non come gli uomini di fiducia di una volta: Franco Evangelisti che prese a schiaffi Quaranta alla buvette, ceffoni resistituiti nell'atrio, e il factotum di Fanfani Giampaolo Cresci che regalò a Guido una confidenza indimenticabile. Si inchinava ogni volta che vedeva passare un'autoblù ministeriale perché «ogni uomo politico ha piacere di essere riconosciuto per strada, e io lo accontento. A volte la macchina è vuota e io mi scappello per lo chaffeur. Pazienza, sono gli incerti del mestiere».

 

            Buffi ometti che pensano di essere nel cuore dei giochi. Una vita infernale. Debolezze, vanità, avvicinate da Quaranta con ferocia di scrittura e con simpatia personale, benevolenza, direi perfino compassione. L'ho osservato affilare il pezzo nella stanza al secondo piano di via Po che ho condiviso con lui dopo essere stato assunto all' “Espresso”. Per me, un mito. Lui con una sigarettina in bocca, una risata improvvisa, l'ironia, la sdrammatizzazione, la gag dell'amnesia sul nome di un politico che prepara la battuta. La cura maniacale del dettaglio che dà sapore a un personaggio.

 

             Del potere Quaranta ha raccontato il volto misero, più che quello demoniaco. E l'ha demistificato, l'ha riportato per terra, nella sua fatica insensata, la lotta per la sopravvivenza quotidiana in una selva di belve affamate, ma anche sempre più disorientate. Anticipando di decenni quello che è diventata la politica oggi: un guscio vuoto, lo specchio di un'assenza. Il potere non c'è più e pensa ancora di contare qualcosa, ridicolmente. Effetto comico garantito, oggi Quaranta i politici li descrive nelle loro comparsate televisive, laddove il nulla si manifesta in modo compiuto. Con gli ultimi arrivati nel Palazzo che sembrano aver capito pochissimo della loro reale condizione. Si atteggiano a nuovi, nuovissimi. E invece assomigliano ai cavalieri antiqui dorotei, andreottiani. Sono solo meno rappresentativi e più antipatici.

 

            Oggi che i giornalisti si atteggiano a giustizieri, creando le premesse di un nuovo e più fastidioso conformismo, l'understatement, il non prendere sul serio l'oggetto di studio, è una lezione modernissima. E per questo, caro Guido, hai ragione soltanto a metà: per tutta la vita hai fatto il cronista e continui a farlo. Ma grande giornalista lo sei, di quei pochi che fissano un genere, destinato a essere imitato da quelli che verranno dopo. Un maestro per tutti noi, che possiamo al massimo aspirare a seguire il tuo modello, figli e nipoti di Guido Quaranta.

 

 

                            Marco Damilano